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12 giugno 2026

RECENSIONE - Tutte le piaghe d'Egitto - di Fabrizio Kintaro




Tutte le piaghe d’Egitto è un libro che non consola, non rassicura e non chiede permesso.
Dopo il successo underground di "Sognando la Califogna" Fabrizio Kintaro ritorna con una nuova raccolta di racconti che scava nell’esistenza quotidiana. L'autore catanese affonda le mani nel fango: senza paura di sporcarsi. Ne tira fuori ciò che di solito la società preferisce ignorare — ipocrisie, fallimenti, ossessioni, desideri inconfessabili, rabbia sociale — e lo espone alla luce con una scrittura cruda, tagliente, a tratti visionaria.
I testi che compongono il libro sono fendenti brevi e profondi: racconti, riflessioni e immagini narrative che attraversano il disagio contemporaneo, la violenza simbolica del vivere, il corpo, il lavoro, la solitudine, la colpa. Ogni “piaga” è una ferita aperta, personale e collettiva, che richiama un Egitto moderno fatto di alienazione, sfruttamento e silenzi imposti.
Non è un libro per tutti.
È un libro per chi è stanco delle verità addomesticate.
Per chi accetta di guardare dove fa male.
Per chi sa che la letteratura, a volte, deve disturbare per essere necessaria.






In cinque racconti (ognuno diviso in capitoli) l’autore ci propone, in chiave moderna, le piaghe d’Egitto, ossia quelle sciagure che colpiscono il genere umano.

La vera protagonista dei racconti è la Sicilia, terra natia dello scrittore e luogo in cui si verificano i fatti (unico racconto situato fuori dalla Sicilia è il primo, ambientato in Inghilterra, ma comunque collegato ugualmente con l’isola attraverso il tema della xenofobia) e i diversi personaggi ospitati nei vari racconti servono a mettere in risalto un popolo piegato da siccità, delinquenza, mafia, politica corrotta, pedofilia…

I problemi della società sicula sono affrontati, senza sconti per nessuno, tutto è tratteggiato con assoluta imparzialità di stampo verghiano. Il riscatto non è previsto.

Con una scrittura intelligente e accattivante che si avvale di numerose incursioni nel dialetto siciliano (palermitano e catanese) conferendo ai dialoghi una spiccata autenticità, Kintaro ci mostra la cultura e il livello sociale cui appartengono i suoi personaggi; in una occasione utilizza delle citazioni latine, altisonanti, per metter in risalto, oltre all’elevazione culturale, anche l’intento del personaggio (un onorevole) di plagiare la folla prendendola in giro impunemente proprio perché non compreso.

La narrazione di Kintaro è precisa e scorrevolissima, nella vita ordinaria dei suoi personaggi inserisce elementi che agitano, sconvolgono, incastra dei brevi flash back che non disturbano. A volte la descrizione si fa sinistramente allucinata, in un modo che si avvicina molto allo stile di Stephen King. 








13 giugno 2025

RECENSIONE - Sognando la Califogna - di Fabrizio Kintaro

 




Una famiglia di turisti inglesi che intraprende il viaggio dei propri sogni viene derubata e maltrattata.
Una coppia di gestori di uno stabilimento balneare, alla moda, mette drammaticamente a repentaglio la vita dei propri clienti.
Una spensierata rimpatriata tra vecchi compagni delle medie prende una piega disgustosamente inaspettata.
Un accanito ultrà sovrappeso accompagnato da dei ragazzi di quartiere dall’infanzia traumatica, perde le staffe finendo per mettere a ferro e fuoco un’intera città.

Quattro racconti brevi, al vetriolo. Racchiusi in quattro atti, carichi di denuncia e volti a formare un’unica tragicomica black comedy. “Sognando la Califogna” narra le assurde storie dei disperati protagonisti di una città nella quale non vorresti mai vivere e risulterà essere il viaggio più angosciante di tutta la tua vita.


 Sole, mare, buon cibo, tanto divertimento, praticamente un Paradiso in terra.

Una famiglia inglese coltiva da anni il sogno di trascorrere le vacanze in Sicilia, attirati dalle tante pubblicità che enfatizzano le meraviglie dell’isola. Finalmente, arriva il momento giusto per partire, verso quell’oasi di felicità.

Invece, i tre – marito, moglie e figlia – si troveranno catapultati nel peggior incubo che si possa immaginare, altro che paradiso, le porte dell’inferno si dischiudono in una parabola infinita di orrore.

Quattro racconti, legati fra di loro, per descrivere il peggio del peggio, l’evidenza di una società il cui degrado è totale e fagocita ogni possibilità di miglioramento.

Attività ricettive gestite dalla criminalità organizzata, illeciti che vanno dai rifiuti speciali al traffico di stupefacenti. 

Ragazzi e ragazze che bruciano la vita fra sesso e droga.

Assenza totale di qualsivoglia valore e rispetto per la vita.

I racconti sono da brivido, i pochi sorrisi amari, pensando che in alcune realtà la quotidianità non si discosta molto dalla trama di fantasia.

Vorrei tanto, con tutto il cuore, estrapolare dai racconti soltanto il sarcasmo e l’ironia, per sdrammatizzare e rendere utopistica la società narrata. Non ci riesco, penso a chi smercia cibo contraffatto ed avariato, che mette a rischio la vita degli ignari consumatori; penso a quella gioventù che nasce e cresce in un ambiente criminale e degradato, alle poche possibilità di riscatto che la vita offre loro.