19 giugno 2025
RECENSIONE - Equilibrio - di Enrico Romagnoli
14 maggio 2025
RECENSIONE - L'Appuntamento - di Giuseppe Raso
Titolo: L’appuntamento
Autore: Giuseppe Raso
Collana: Voci
Genere: Thriller
Prezzo di copertina: 15,00
Un ispettore di polizia di San Francisco. Un monaco asceta. Un giovane prete di Perugia. Un astronomo di Berkeley. Un misterioso personaggio di Parigi che potrebbe essere la chiave di svolta. Questi gli interpreti di un thriller intrigante che mescola fisica e mistero, scienza e fede. A guidarli, una frase: Veritas non omnibus, la Verità non è per tutti. I protagonisti avranno un appuntamento cruciale per la loro vita, anche con esiti devastanti. Ma è l’umanità intera che ha un appuntamento con la Storia, e forse non è pronta.
Un astronomo americano, Zaccheus Foster, viene trovato morto sotto un ponte a San Francisco: il caso è destinato a chiudersi con un verbale che dichiara la morte dell’uomo per suicidio. Ma l’ispettore della squadra omicidi, Gabriel Wood, decide di indagare in modo più approfondito perché non è convinto di ciò dal momento che l’astronomo, ateo in vita, è stato trovato con un rosario strappato in mano. Che ci faceva un ateo con un rosario in mano? L’ispettore inizia le sue indagini; filo conduttore è una enigmatica frase in latino custodita nel rosario: “Veritas non omnibus”, la verità non è per tutti, che passerà come testimone di una staffetta fra i personaggi salienti: l’ispettore Gabriel, l’Asceta, Don Angelo e Lemaire, per confluire nell’ Appuntamento finale, scoperta epocale e snodo di tutti i nodi.
Intensi i personaggi: Gabriel potrebbe continuare a vivere la sua vita tranquilla, invece il suo istinto di poliziotto lo spinge a indagare per uscire dall’anonima mediocrità di sempre, “per dimostrare agli altri che ci sapeva fare. Al suo capo. A sua moglie”; l’Asceta consapevole della propria intelligenza, attanagliato dall’horror vacui, dal concetto di eternità e scienza, che “avrebbe voluto essere un semplice, un timorato di Dio che ubbidisce senza discutere”, ma che ha il compito di salvare la fede a ogni costo; Don Angelo, empatico, acuto conoscitore della fisica, dalla memoria fotografica e dalla profonda sete di sapere: “la mia curiosità è l’arco che tende la freccia della mia esistenza verso il bersaglio finale: la conoscenza di Dio”.
Anche la scelta dei nomi dei personaggi, a mio avviso, dato l’argomento trattato, non è fatto a caso: Zaccheus (l’astronomo morto), ipocoristico di Zaccaria, è “l’innocente”; Gabriel, l’ispettore di polizia, è “l’araldo di Dio” (che fa da ponte di unione fra il divino e il terreno); Don Angelo è “il messaggero” (dal greco ànghelos); Lemaire è un cognome la cui origine, legata alla carica di sindaco nel medioevo, gli conferisce connotazioni di potere e prestigio.
Il thriller, che si articola in tesi, antitesi e confutazioni, è pregno di riferimenti letterari e musicologici di spessore, di disquisizioni teologiche, filosofico-scientifiche che, apparentemente separate, convergono in “un’unica informazione (…) un unico Logos. Un unico Verbo”.
30 aprile 2025
RECENSIONE - White Phalenopsis - di Maria Giovanna Ciletti
Rachel Grant, brillante medico del pronto soccorso, riceve in eredità dall’amata zia deceduta, Casa Glicine, luogo a lei caro a cui è legata la sua infanzia. È proprio mentre si gode il meritato riposo a casa Glicine che si trova, suo malgrado, a conoscere una donna che si svelerà essere un’importante esponente dell’industria aerospaziale e che fa in tempo a consegnarle una parola “Latibe” prima di spirare in seguito a un dubbio incidente. Rachel da adesso è in pericolo e proprio per questo viene raggiunta dal suo ex fidanzato, Ettore Russo che, per proteggerla, la porta con sé nel luogo che lui ritiene sicuro: la sua dimora in Puglia.
La parte legata al thriller è interessante in quanto attuale con la sua attenzione alle “terre rare”, metalli intorno a cui “forti interessi si muovono” perché “appaiono fondamentali per lo sviluppo dell’economia sia presente che futura”: è la parte fondamentale del romanzo a cui l’autrice lega la storia d’amore di Rachel e Ettore. Quest’ultimo è ancora profondamente innamorato di Rachel: ospitandola a casa sua spera che con quella convivenza forzata, lei possa innamorarsi di nuovo di lui. Eppure nell’accurata scelta delle parole mantiene le distanze dando a vedere di rispettare il volere di lei. Rachel, d’altro canto, si accorge che questo “tenerla lontana” la infastidisce e la lascia disorientata. Devo dire molto delicata e protettiva la figura di Ettore: mi è piaciuta.
Nel libro è evidente, nella meta che sceglie Ettore per proteggere la sua Rachel, il suo attaccamento alle sue origini, alla sua terra, la Puglia e ciò palesa lo stesso amore dell’autrice per la sua terra; ciò è apprezzabile però a volte ho avuto l’impressione che questo trasporto ha come rallentato la parte del thriller che si basa, comunque, già di suo su blande scene adrenaliniche.
Nel complesso, pur apprezzando il libro e la sua originalità, ho avuto l’impressione che in alcune sue parti risulti poco coeso.
11 aprile 2025
RECENSIONE - CIATU MEI - Seconda indagine per Cecilia Orlandi - di Stefania Tedesco
Ciatu mei è il secondo romanzo che ha come protagonista il commissario cecilia Orlandi (il primo è Nuvole grigie, la cui lettura non è obbligatoria ai fini della comprensione di questo secondo lavoro che ha una trama completamente nuova e che mantiene del primo solo i personaggi principali).
Le indagini partono da un omicidio che risulta essere solo la punta di un iceberg molto più complicato e per dipanare la matassa il commissario metterà tutta la sua perspicacia e determinazione.
Il libro è accattivante: si legge in modo fluido pur dovendoci muovere nelle indagini che pongono diversi quesiti, ma lo stile è talmente chiaro e coinvolgente che lo rende di facile comprensione grazie anche alle battute che il commissario scambia con i suoi sottoposti i quali sono ottimo veicolo, con le loro incomprensioni o perplessità, per dare quella informazione in più di cui il lettore ha bisogno senza doversi annoiare con descrizioni infinite e che decentrano l’attenzione.
Ho trovato questo secondo lavoro più maturo del primo, non solo nello stile, più dinamico, ma anche nei personaggi (tutti) che trovo “cresciuti” e più equilibrati: Cecilia, determinata e impetuosa ci mostra di più il fianco con le sue debolezze della vita privata e anche l’odioso collega De Caro, in qualche modo, sembra essere anche un po’ più accettabile!
Apprezzo moltissimo l’uso che l’autrice fa del linguaggio che risulta mai banale, molto versatile tenendo in ballo diversi registri di comunicazione: formale (per la sfera delle indagini), informale (nei rapporti comuni), affettivo (ovviamente nella sfera familiare e del cuore) e dialettale che, mentre nel primo libro era quello che dava adito a pensieri inesprimibili ad alta voce, in questo secondo lavoro viene utilizzato non solo per comunicare direttamente con qualcuno attraverso un registro linguistico diretto, ma anche e soprattutto per presentarci il titolo del libro: Ciatu mei! Un’attenzione non da poco perché rivela un profondo amore da parte dell’autrice, per le proprie origini e perché ci mostra come, tante volte, nel registro dell’italiano letterario non esistono espressioni dirette e “smart”, come potrebbe essere “ciatu mei” per dire “sei il mio fiato, il mio respiro, il mio tutto: senza di te non si vive” usando un’espressione che riesce al contempo a racchiudere, in poche parole, forti sentimenti relativi alla sfera più intima del cuore e dell’anima.
Ottimo lavoro.
31 gennaio 2025
RECENSIONE - La voce eterna di un tulipano giallo - di Valeria Mansolino
07 gennaio 2025
RECENSIONE - Otto giorni di te - di Luisa Diaco
Durante le vacanze sulla Riviera Romagnola Lisa, appena laureata in Scienze matematiche, conosce Luca domandandosi come mai un ragazzo che ha un fisico da “David di Michelangelo” sia attratto tanto da una come lei che è grassa. I due ragazzi in otto giorni di vacanza si conoscono, si baciano, fanno l’amore, s’innamorano l’uno dell’altra. Poi il destino li separa drasticamente a causa di un segreto che Luca custodisce gelosamente in una cicatrice sul fianco che gli deturpa il bel fisico: “sembra una crepa come quelle che si vedono sulle statue antiche, a disegnare il trascorrere del tempo che tutti modifica”. Il dolore profondo che prova Lisa per la perdita è tale che decide di partire per l’India in cerca di una dimensione spirituale che possa portarla ad accettare ciò che le è successo e a trovare l’equilibrio fra la mente e il cuore divisi da una semplice e dolorosa domanda: perché?
Nei suoi cinque anni in India Lisa, che vuole dimenticare il passato per non soffrire più, scoprirà che “non si dimentica quello che è stato importante per noi (…). Non deve sbiadirsi, ma non fare più male”.
La narrazione è in doppio pov: quello di Lisa che si alterna tra passato (la storia con Luca) e presente (l’esperienza del viaggio in India) e quella di Luca legata alla sua salute.
Interessanti le note riguardanti l’ambientazione geografica dell’India con i suoi usi e costumi che Lisa tenta di comprendere e fare suoi, ma non ci riesce fino in fondo pur apprezzandoli insieme alla gente con cui stringe rapporti di amicizia.
È una narrazione triste, introspettiva: Lisa è piegata nel suo dolore per aver perso Luca nonostante abbia condiviso con lui solo otto giorni.
12 dicembre 2024
RECENSIONE - Ricordi...Mi bastava sentirne il profumo - di Pina Spinella
RECENSIONE - Regalo di Natale - di Sal Formisano
Dicembre 1996: nella cittadina di Emmendingen fervono gli ultimi acquisti natalizi della gente con buona pace dei commercianti del quartiere che vendono a iosa. Solo il libraio Robert, il protagonista, guarda tutto con apatico distacco. È un momento di grande preoccupazione per lui poiché dovrà chiudere L’angolo del vocabolo, la sua amata libreria. Tutto sembra procedere in modo sempre uguale a se stesso, ma a Robert sembra non interessare, chiuso in una rassegnazione supina alla sorte del suo futuro e alla mancanza di felicità del suo presente. Finché non entra in libreria lei: Lilia. Tra i due scocca immediatamente quel qualcosa che li rende subito complici e affini e da lì inizia la loro storia.
Il romanzo è narrato in doppio pov: la voce di Robert, narrante nel libro che ha scritto e che lei ha trovato per caso, e la voce di Lilia, evocatrice tramite il suo diario personale. È una storia d’amore romanticamente carezzevole e impregnata, tuttavia, del sentore di qualcosa di spiacevole.
Belli i protagonisti. Robert è un uomo solido, nonostante le sue paure e le sue debolezze: gli mancano i genitori che non ci sono più e che si sono portati via la felicità, la famiglia, portandolo a starsene in disparte, spettatore di una festa natalizia che non sente fino in fondo. Sente, invece, e ama l’assenza: dei genitori, di ciò che è stato, in una parola, della felicità. Robert è un romantico nell’animo sebbene lui si autodefinisce “pragmatico e abitudinario”. Non così Lilia: fresca e vitale riesce a scardinare le chiusure di Robert e al contempo amarne altre che lo rendono, ai suoi occhi, l’uomo ideale. Non riesce, invece, a comprendere la sua filosofia di “amare l’assenza”: “L’idea di amare l’assenza non è per me. Le assenze non sono fatte per chi si ama, Robert (…). Mi fa sentire sola (…) impotente (…)”.
Belli anche i personaggi che girano intorno ai protagonisti: i commercianti vicini della libreria di Robert che, tutti, insieme formano come una famiglia di quartiere.
Le descrizioni sono pittoresche e suggestive: “Emmendingen si stava preparando a un’altra notte in abito bianco (…) i canti di natale prodotti dai megafoni di strada”.
Il linguaggio ha un che di avvolgente e delicato anche nella semplice (che poi semplice non è affatto) attenzione dell’autore di scrivere in maiuscolo Lei e Lui quasi a volerci mettere in evidenza i pensieri di Robert e Lilia: Lui è importante per me! Lei è importante per me! Un’attenzione d’amore, dolce.
Romanzo malinconico e nostalgico. Ben scritto.
28 novembre 2024
RECENSIONE - Storia di Ninì e altre facezie - di Elisabetta Magnani
Storia di Ninì e di altre facezie è un racconto diviso in due parti la cui protagonista è, appunto, Ninì. La prima parte ci presenta la famiglia il nucleo in cui si è formata Ninì: figlia di emigrati, bambina e ragazzina “strana”, preferisce la compagnia dei gatti a quella delle amiche e riesce a vivere bene, nonostante la infastidisca il caos continuo di una casa disordinata e la protezione esagerata dei genitori, grazie alla sua fantasia e alla sua ironia guardando quasi con distacco il mondo che la circonda e rifugiandosi nel sogno di diventare, dopo l’Università, una scrittrice famosa e di andare a Parigi. Questa prima parte del racconto, coincidente con la prima parte della vita di Ninì, sembra quasi un’attesa del “dopo” che verrà, quello del sogno realizzato.
La seconda parte è quella “magica”, surreale. Ninì è, finalmente, a Parigi, la Parigi che ha sempre sognato, quella di autori importanti che lei ama e che ha studiato, come Maupassant, ma soprattutto Stendhal verso il quale ha una predilezione particolare. Come Stendhal quando iniziò a viaggiare, così Ninì si sente ebbra, entusiasta di essere nella città artistica per antonomasia. Si sente libera, finalmente, di esprimersi senza limiti anche grazie a una insolita sorta di storia d’amore con un cappellaccio del quale si ritroverà a non poter più fare a meno perché l’attira, perché, indossato, la rende più bella, più viva: “(…) vide il suo riflesso nella vetrina di un cafè. Notò i suoi occhi, non li aveva mai visti così. Sotto la falda avevano acquistato intensità (…). La forma del cappello (…) completava perfettamente il viso” e finalmente “non si sentiva più trasparente (…)”. Ma Accio (il nome che Ninì dà al cappello) fa di più: le trasmette un certo furore, una certa vertigine che la sprona a vivere con sfrontatezza esperienze che non avrebbe mai avuto il coraggio neanche di pensare, avventure surreali; le fa da guida nello scrivere in modo impetuoso ed esaltato pagine e pagine della sua futura opera.
Mi è parso di cogliere nel racconto, un certo parallelismo, o identificazione, tra la figura di Ninì e quella di Stendhal con le dovute trasposizioni: per lui il paese della bellezza e del piacere di vivere era l’Italia, per Ninì è la magica Parigi; entrambi, prima di spiccare il volo dalla casa di famiglia, sono alla ricerca della felicità travolgente e tutti e due vivono l’esperienza di una condizione emotiva molto coinvolgente che li tuffano in una sorta di estasi.
Poche pagine ben scritte.
Lettura apparentemente semplice, ma ricca.

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