Visualizzazione post con etichetta Scatole Parlanti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scatole Parlanti. Mostra tutti i post

19 giugno 2025

RECENSIONE - Equilibrio - di Enrico Romagnoli






Fabrizio è un ragazzo ansioso sul futuro, vorrebbe conoscerlo in ogni minimo dettaglio, prevederlo e gestirlo. Un giorno, mentre è in vacanza con Marika e Kurt, i suoi due migliori amici, trova una clessidra magica in grado di farlo viaggiare nel tempo. Questo lo cambierà radicalmente, perché conoscere il destino ha delle ripercussioni sul passato e sul presente, e trasformerà la relazione con i suoi cari e con le persone che incontrerà. Un “gioco” con un grande prezzo: perdere i ricordi, diventare nessuno. C’è un modo per recuperare tutto? L’amore.






Quando mi è stata proposta questa lettura, ricordo bene di aver detto di si perché attratta dalla cover, quella grande clessidra, mi ha ricordato lo scorrere del tempo…e di come esso passi sia se lo giudichiamo veloce o lento…il tempo passa…con o senza il nostro permesso…sempre.
Ho iniziato questa lettura in un periodo strano, complicato, doloroso della mia vita, consapevole del fatto che come dice qualcuno: “i libri salvano”, e in queste pagine mi sono riconosciuta, nel protagonista, un ragazzo che voleva conoscere il suo futuro. Fabrizio ha avuto la possibilità che probabilmente tutti vorremmo, viaggiare nel tempo per prepararsi nel modo più consono alla vita.
Saremmo disposti a fare ciò che ha fatto Fabrizio, perdere i suoi ricordi per conoscere ogni cosa della sua vita? Capire gli errori e vivere senza essere nessuno per nessuno?
Una storia breve, piacevole ma ricca di significato: l’amore è fondamentale, come lo sono i ricordi, occorre vivere godendoci ogni istante di tempo che passa!




 

14 maggio 2025

RECENSIONE - L'Appuntamento - di Giuseppe Raso





Titolo: L’appuntamento

Autore: Giuseppe Raso

Collana: Voci

Genere: Thriller

Prezzo di copertina: 15,00

Un ispettore di polizia di San Francisco. Un monaco asceta. Un giovane prete di Perugia. Un astronomo di Berkeley. Un misterioso personaggio di Parigi che potrebbe essere la chiave di svolta. Questi gli interpreti di un thriller intrigante che mescola fisica e mistero, scienza e fede. A guidarli, una frase: Veritas non omnibus, la Verità non è per tutti. I protagonisti avranno un appuntamento cruciale per la loro vita, anche con esiti devastanti. Ma è l’umanità intera che ha un appuntamento con la Storia, e forse non è pronta.






Un astronomo americano, Zaccheus Foster, viene trovato morto sotto un ponte a San Francisco: il caso è destinato a chiudersi con un verbale che dichiara la morte dell’uomo per suicidio. Ma l’ispettore della squadra omicidi, Gabriel Wood, decide di indagare in modo più approfondito perché non è convinto di ciò dal momento che l’astronomo, ateo in vita, è stato trovato con un rosario strappato in mano. Che ci faceva un ateo con un rosario in mano? L’ispettore inizia le sue indagini; filo conduttore è una enigmatica frase in latino custodita nel rosario: “Veritas non omnibus”, la verità non è per tutti, che passerà come testimone di una staffetta fra i personaggi salienti: l’ispettore Gabriel, l’Asceta, Don Angelo e Lemaire, per confluire nell’ Appuntamento finale, scoperta epocale e snodo di tutti i nodi.

Intensi i personaggi: Gabriel potrebbe continuare a vivere la sua vita tranquilla, invece il suo istinto di poliziotto lo spinge a indagare per uscire dall’anonima mediocrità di sempre, “per dimostrare agli altri che ci sapeva fare. Al suo capo. A sua moglie”; l’Asceta consapevole della propria intelligenza, attanagliato dall’horror vacui, dal concetto di eternità e scienza, che “avrebbe voluto essere un semplice, un timorato di Dio che ubbidisce senza discutere”, ma che ha il compito di salvare la fede a ogni costo; Don Angelo, empatico, acuto conoscitore della fisica, dalla memoria fotografica e dalla profonda sete di sapere: “la mia curiosità è l’arco che tende la freccia della mia esistenza verso il bersaglio finale: la conoscenza di Dio”.

Anche la scelta dei nomi dei personaggi, a mio avviso, dato l’argomento trattato, non è fatto a caso: Zaccheus (l’astronomo morto), ipocoristico di Zaccaria, è “l’innocente”; Gabriel, l’ispettore di polizia, è “l’araldo di Dio” (che fa da ponte di unione fra il divino e il terreno); Don Angelo è “il messaggero” (dal greco ànghelos); Lemaire è un cognome la cui origine, legata alla carica di sindaco nel medioevo, gli conferisce connotazioni di potere e prestigio.

Il thriller, che si articola in tesi, antitesi e confutazioni, è pregno di riferimenti letterari e musicologici di spessore, di disquisizioni teologiche, filosofico-scientifiche che, apparentemente separate, convergono in “un’unica informazione (…) un unico Logos. Un unico Verbo”.

Lettura impegnativa. Ottimo.





 

30 aprile 2025

RECENSIONE - White Phalenopsis - di Maria Giovanna Ciletti




Rachel, medico di pronto soccorso, dopo un lungo e stressante anno di lavoro decide di trascorrere qualche giorno di ferie a Casa Glicine, un luogo a lei caro sin dall’infanzia e ora ereditato da sua zia Lillibeth. Il relax però dura poco. Tatiana Lee, importante esponente dell’industria aerospaziale, è deceduta a seguito di una rovinosa caduta in una scarpata. Rachel è una delle ultime persone ad averla vista ancora viva e a conoscere un rilevante segreto.

 Rachel Grant, brillante medico del pronto soccorso, riceve in eredità dall’amata zia deceduta, Casa Glicine, luogo a lei caro a cui è legata la sua infanzia. È proprio mentre si gode il meritato riposo a casa Glicine che si trova, suo malgrado, a conoscere una donna che si svelerà essere un’importante esponente dell’industria aerospaziale e che fa in tempo a consegnarle una parola “Latibe” prima di spirare in seguito a un dubbio incidente. Rachel da adesso è in pericolo e proprio per questo viene raggiunta dal suo ex fidanzato, Ettore Russo che, per proteggerla, la porta con sé nel luogo che lui ritiene sicuro: la sua dimora in Puglia.

La parte legata al thriller è interessante in quanto attuale con la sua attenzione alle “terre rare”, metalli intorno a cui “forti interessi si muovono” perché “appaiono fondamentali per lo sviluppo dell’economia sia presente che futura”: è la parte fondamentale del romanzo a cui l’autrice lega la storia d’amore di Rachel e Ettore. Quest’ultimo è ancora profondamente innamorato di Rachel: ospitandola a casa sua spera che con quella convivenza forzata, lei possa innamorarsi di nuovo di lui. Eppure nell’accurata scelta delle parole mantiene le distanze dando a vedere di rispettare il volere di lei. Rachel, d’altro canto, si accorge che questo “tenerla lontana” la infastidisce e la lascia disorientata. Devo dire molto delicata e protettiva la figura di Ettore: mi è piaciuta.

Nel libro è evidente, nella meta che sceglie Ettore per proteggere la sua Rachel, il suo attaccamento alle sue origini, alla sua terra, la Puglia e ciò palesa lo stesso amore dell’autrice per la sua terra; ciò è apprezzabile però a volte ho avuto l’impressione che questo trasporto ha come rallentato la parte del thriller che si basa, comunque, già di suo su blande scene adrenaliniche.

Nel complesso, pur apprezzando il libro e la sua originalità, ho avuto l’impressione che in alcune sue parti risulti poco coeso.






 

11 aprile 2025

RECENSIONE - CIATU MEI - Seconda indagine per Cecilia Orlandi - di Stefania Tedesco






Le attività illecite di Mino Gallo arrivano alle orecchie di Cecilia Orlandi, ma quello che in apparenza sembra un lavoro di routine si rivela una scatola cinese: con la scomparsa di Mino, Cecilia e la sua squadra si ritrovano ad affrontare una serie di indagini a catena, che si ampliano e che condurranno a risvolti drammatici. La vita privata di Cecilia non è esente da scossoni: il rapporto con Renato Serra continua tra alti e bassi, e una voce dal passato la obbligherà a fare i conti con una nuova consapevolezza.

Ciatu mei è il secondo romanzo che ha come protagonista il commissario cecilia Orlandi (il primo è Nuvole grigie, la cui lettura non è obbligatoria ai fini della comprensione di questo secondo lavoro che ha una trama completamente nuova e che mantiene del primo solo i personaggi principali).

Le indagini partono da un omicidio che risulta essere solo la punta di un iceberg molto più complicato e per dipanare la matassa il commissario metterà tutta la sua perspicacia e determinazione.

Il libro è accattivante: si legge in modo fluido pur dovendoci muovere nelle indagini che pongono diversi quesiti, ma lo stile è talmente chiaro e coinvolgente che lo rende di facile comprensione grazie anche alle battute che il commissario scambia con i suoi sottoposti i quali sono ottimo veicolo, con le loro incomprensioni o perplessità, per dare quella informazione in più di cui il lettore ha bisogno senza doversi annoiare con descrizioni infinite e che decentrano l’attenzione.

Ho trovato questo secondo lavoro più maturo del primo, non solo nello stile, più dinamico, ma anche nei personaggi (tutti) che trovo “cresciuti” e più equilibrati: Cecilia, determinata e impetuosa ci mostra di più il fianco con le sue debolezze della vita privata e anche l’odioso collega De Caro, in qualche modo, sembra essere anche un po’ più accettabile!

Apprezzo moltissimo l’uso che l’autrice fa del linguaggio che risulta mai banale, molto versatile tenendo in ballo diversi registri di comunicazione: formale (per la sfera delle indagini), informale (nei rapporti comuni), affettivo (ovviamente nella sfera familiare e del cuore) e dialettale che, mentre nel primo libro era quello che dava adito a pensieri inesprimibili ad alta voce, in questo secondo lavoro viene utilizzato non solo per comunicare direttamente con qualcuno attraverso un registro linguistico diretto, ma anche e soprattutto per presentarci il titolo del libro: Ciatu mei! Un’attenzione non da poco perché rivela un profondo amore da parte dell’autrice, per le proprie origini e perché ci mostra come, tante volte, nel registro dell’italiano letterario non esistono espressioni dirette e “smart”, come potrebbe essere “ciatu mei” per dire “sei il mio fiato, il mio respiro, il mio tutto: senza di te non si vive” usando un’espressione che riesce al contempo a racchiudere, in poche parole, forti sentimenti relativi alla sfera più intima del cuore e dell’anima.

Ottimo lavoro.









 

31 gennaio 2025

RECENSIONE - La voce eterna di un tulipano giallo - di Valeria Mansolino

 


Virginia è una ragazza milanese che avverte il disagio economico della sua famiglia. Sente di dover proteggere le sue due sorelle minori e regalare loro un futuro pieno di sogni. L’incontro con una donna le apre un mondo del tutto sconosciuto e decide di lasciare i suoi lavoretti precari per diventare una escort. Nasce Vivienne, la sua nuova identità: cinica e determinata, in contrapposizione a Virginia, riservata e insicura. Si crea una realtà segreta dove l’unico custode della sua verità e della sua anima è il migliore amico Padre Pablo. La scossa arriva quando Alessandro le lascia un biglietto sul pianoforte dell’albergo dove lei soggiorna. I tulipani gialli rendono gli incontri misteriosi e poetici, cose a cui la giovane non è abituata. Le sue regole e il suo cuore sono in subbuglio. Nei petali e nelle parole di Pablito troverà la cura per i giorni a venire.




Virginia si è sempre sentita inadeguata e, in qualche modo, respinta dalla madre che tanto avrebbe desiderato un primogenito maschio.

In famiglia ci sono sempre stati pochi soldi e lei è cresciuta con l’obiettivo di essere economicamente indipendente, per aiutare i genitori e le due sorelle e, soprattutto, per dimostrare che anche una donna si può far strada nella vita.

Molto bella e dotata di grande fascino naturale, Virginia si è trasformata in Vivienne, una escort di lusso.

Ha costruito attorno a sé un castello di bugie, consapevole del male che avrebbe fatto confessando la verità e si è autoimposta regole strette e inderogabili per controllare il più possibile la sua quotidianità ed evitare qualsivoglia rischio.

Vivienne ha racchiuso il suo cuore in una corazza per difendersi dal mondo e ha innalzato una fortezza dorata all’apparenza inespugnabile.

All’improvviso, l’imprevisto, un piccolo granello di sabbia che fa inceppare anche il meccanismo più collaudato e che fa tremare anche il più inflessibile dei cuori: un mazzo di tulipani gialli e uno sguardo che cattura, che entra nell’anima e non se ne va più.

È incredibile come le vite costruite sulle menzogne siano destinate a fallire, le bugie non fanno bene a nessuno, né a chi le dice né a chi le ascolta.

Il dualismo generato dalle due personalità di Virginia/Vivienne, quando vengono meno le ferree regole autoimposte dalla protagonista di questo romanzo, esplode in una lotta interiore che non lascia scampo.

Il destino ha in serbo tanto dolore per questa ragazza che per rinascere dovrà plasmare un nuovo “io”, le due anime si fondono in un’unica essenza che racchiude il buono di entrambe le V.

La vita, in fondo, non è altro che un cerchio che si chiude, per affrontare il futuro occorre fare pace con il passato e le cose accadono quando è il momento giusto.

Per Virginia, inaspettatamente, l’aiuto arriva dalla famiglia e dai pochi amici che la circondano.

Questo è un romanzo che coinvolge a tutto tondo il lettore, la narrazione in prima persona è vincente perché permette di immedesimarsi in Virginia, nella sua psicologia, nelle sue incertezze e nei suoi dubbi.

Non si vorrebbe mai vivere un’esperienza dolorosa, nemmeno attraverso i personaggi letterari, però purtroppo ognuno di noi porta il suo bagaglio di sofferenza e il messaggio forte che trasmette questo romanzo è che si può e si deve trovare la forza di andare avanti, sempre e comunque.






07 gennaio 2025

RECENSIONE - Otto giorni di te - di Luisa Diaco




Lisa è una giovane artista, disoccupata e single, asfissiata dalle ansie della madre e timorosa nei confronti dell’amore. Luca è un ragazzo più fragile di ciò che appare, perseguitato da un male che sembra non volergli dare tregua. L’incontro tra i due, sulla riviera romagnola, è destinato a cambiare il corso delle vite di entrambi: un legame che porterà a un dolore così forte per Lisa da spingerla a trasferirsi dall’Italia all’India. In un intreccio di presente e passato, "Otto giorni di te" ricostruisce le storie di due giovani, delle loro famiglie, delle loro sofferenze e soprattutto del loro amore. Un viaggio che si snoda tra due Paesi diversi, tra giovinezza ed età adulta, tra passione e ambizione, per scoprire se il lieto fine, per i protagonisti, è davvero possibile.


Durante le vacanze sulla Riviera Romagnola Lisa, appena laureata in Scienze matematiche, conosce Luca domandandosi come mai un ragazzo che ha un fisico da “David di Michelangelo” sia attratto tanto da una come lei che è grassa. I due ragazzi in otto giorni di vacanza si conoscono, si baciano, fanno l’amore, s’innamorano l’uno dell’altra. Poi il destino li separa drasticamente a causa di un segreto che Luca custodisce gelosamente in una cicatrice sul fianco che gli deturpa il bel fisico: “sembra una crepa come quelle che si vedono sulle statue antiche, a disegnare il trascorrere del tempo che tutti modifica”. Il dolore profondo che prova Lisa per la perdita è tale che decide di partire per l’India in cerca di una dimensione spirituale che possa portarla ad accettare ciò che le è successo e a trovare l’equilibrio fra la mente e il cuore divisi da una semplice e dolorosa domanda: perché?

Nei suoi cinque anni in India Lisa, che vuole dimenticare il passato per non soffrire più, scoprirà che “non si dimentica quello che è stato importante per noi (…). Non deve sbiadirsi, ma non fare più male”.

La narrazione è in doppio pov: quello di Lisa che si alterna tra passato (la storia con Luca) e presente (l’esperienza del viaggio in India) e quella di Luca legata alla sua salute.

Interessanti le note riguardanti l’ambientazione geografica dell’India con i suoi usi e costumi che Lisa tenta di comprendere e fare suoi, ma non ci riesce fino in fondo pur apprezzandoli insieme alla gente con cui stringe rapporti di amicizia.

È una narrazione triste, introspettiva: Lisa è piegata nel suo dolore per aver perso Luca nonostante abbia condiviso con lui solo otto giorni.






 

12 dicembre 2024

RECENSIONE - Ricordi...Mi bastava sentirne il profumo - di Pina Spinella

 



Il romanzo narra la storia di una giovane docente siciliana che negli anni Novanta vince il concorso abilitante all’insegnamento e le viene assegnata una cattedra in Toscana, a Mercatale Val di Pesa, un piccolo paese nella zona del Chianti. I molteplici, cari ricordi dei luoghi natii e la lettura del diario della madre, colpita da un tumore al seno, si mescolano alle descrizioni del nuovo territorio e della splendida Firenze. Qui la protagonista incontrerà un nuovo amore e un ambiente stimolante, ma si troverà emotivamente coinvolta in un episodio di femminicidio che la renderà un’attenta osservatrice della vita della vittima e una sensibile sostenitrice dei sentimenti che creano l’Amore. Pensieri, ricordi e profumi degli anni Settanta, Ottanta e Novanta si intrecciano.




È incredibile come alcuni profumi rimangano fissi nella nostra memoria.

Accade con gli odori della natura, con l’aroma dei cibi: ogni volta che li risentiamo veniamo catapultati nel passato, spesso si riaccendono ricordi che credevamo sopiti.

L’olfatto è capace di riportarci alla nostra infanzia, alla prima volta che siamo andati in un determinato posto, alla prova volta che abbiamo fatto una certa cosa.


Questo libro è un album di ricordi, composto da tanti frammenti, odori, sapori, suoni, un percorso sensoriale che ripercorre episodi personali che si intrecciano con i fatti di cronaca.
In fondo la vita della nostra autrice assomiglia alla nostra, spesso anzi gli eventi narrati non sono altro che racconti di vita ordinaria.
Quotidiani e comuni, eppure tanto preziosi perché sono la testimonianza del nostro trascorso.

Si parte dai ricordi della giovinezza, lievi e carezzevoli, quelli fissati con gioia nel nostro cuore.
Poi la vita ci presenta il conto: amici che ci lasciano troppo presto, difficoltà e mal di vivere che tutti tocchiamo con mano, dolori e malattie che lasciano senza fiato.
I ricordi diventano così la testimonianza di un dolore che non ci abbandona, ferite che non si chiudono, rimorsi e rammarichi per cose che forse potevamo fare o dire e che invece abbiamo lasciato andare.
Il bagaglio diventa sempre più pesante, via via che passano gli anni.
L’album di ricordi si fa sempre più corposo, le pagine belle si alternano a quelle brutte.
Tutto è importante, tutto è esperienza, tutto è emozione. Il suo nome è vita.




RECENSIONE - Regalo di Natale - di Sal Formisano

 



Emmendingen, provincia di Friburgo. Robert, un giovane libraio, vive un momento di incertezza: l’attività chiude i battenti e non riesce a immaginare un futuro per cui valga la pena combattere. Quello che non aveva previsto, nel freddo del Natale, era l’arrivo di Lilia. Tra la voce narrante di Robert e le pagine del diario di Lilia, si sviluppa una storia d’innamoramento e d’amore, di rinnovata fiducia, ma anche di perdita e legami che, a prescindere da tutto, restano immutabili.




Dicembre 1996: nella cittadina di Emmendingen fervono gli ultimi acquisti natalizi della gente con buona pace dei commercianti del quartiere che vendono a iosa. Solo il libraio Robert, il protagonista, guarda tutto con apatico distacco. È un momento di grande preoccupazione per lui poiché dovrà chiudere L’angolo del vocabolo, la sua amata libreria. Tutto sembra procedere in modo sempre uguale a se stesso, ma a Robert sembra non interessare, chiuso in una rassegnazione supina alla sorte del suo futuro e alla mancanza di felicità del suo presente. Finché non entra in libreria lei: Lilia. Tra i due scocca immediatamente quel qualcosa che li rende subito complici e affini e da lì inizia la loro storia.

Il romanzo è narrato in doppio pov: la voce di Robert, narrante nel libro che ha scritto e che lei ha trovato per caso, e la voce di Lilia, evocatrice tramite il suo diario personale. È una storia d’amore romanticamente carezzevole e impregnata, tuttavia, del sentore di qualcosa di spiacevole.

Belli i protagonisti. Robert è un uomo solido, nonostante le sue paure e le sue debolezze: gli mancano i genitori che non ci sono più e che si sono portati via la felicità, la famiglia, portandolo a starsene in disparte, spettatore di una festa natalizia che non sente fino in fondo. Sente, invece, e ama l’assenza: dei genitori, di ciò che è stato, in una parola, della felicità. Robert è un romantico nell’animo sebbene lui si autodefinisce “pragmatico e abitudinario”. Non così Lilia: fresca e vitale riesce a scardinare le chiusure di Robert e al contempo amarne altre che lo rendono, ai suoi occhi, l’uomo ideale. Non riesce, invece, a comprendere la sua filosofia di “amare l’assenza”: “L’idea di amare l’assenza non è per me. Le assenze non sono fatte per chi si ama, Robert (…). Mi fa sentire sola (…) impotente (…)”.

Belli anche i personaggi che girano intorno ai protagonisti: i commercianti vicini della libreria di Robert che, tutti, insieme formano come una famiglia di quartiere.

Le descrizioni sono pittoresche e suggestive: “Emmendingen si stava preparando a un’altra notte in abito bianco (…) i canti di natale prodotti dai megafoni di strada”.

Il linguaggio ha un che di avvolgente e delicato anche nella semplice (che poi semplice non è affatto) attenzione dell’autore di scrivere in maiuscolo Lei e Lui quasi a volerci mettere in evidenza i pensieri di Robert e Lilia: Lui è importante per me! Lei è importante per me! Un’attenzione d’amore, dolce.

Romanzo malinconico e nostalgico. Ben scritto.





28 novembre 2024

RECENSIONE - Storia di Ninì e altre facezie - di Elisabetta Magnani

 



N, ovvero Ninì, ovvero Nera, figlia di emigranti è un’emigrata lei stessa. Partendo dall’infanzia, nello sviluppo delle figure del padre e della madre, del caos della loro casa si delinea il carattere di Ninì, sempre tesa alla ricerca di un nuovo ordine. Sarà l’incontro con Accio, il cappellaccio, dopo una girandola di eventi surreali che cambieranno il ritmo della narrazione, a portarla a una nuova consapevolezza di sé e al conseguente raggiungimento delle sue aspirazioni.

Storia di Ninì e di altre facezie è un racconto diviso in due parti la cui protagonista è, appunto, Ninì. La prima parte ci presenta la famiglia il nucleo in cui si è formata Ninì: figlia di emigrati, bambina e ragazzina “strana”, preferisce la compagnia dei gatti a quella delle amiche e riesce a vivere bene, nonostante la infastidisca il caos continuo di una casa disordinata e la protezione esagerata dei genitori, grazie alla sua fantasia e alla sua ironia guardando quasi con distacco il mondo che la circonda e rifugiandosi nel sogno di diventare, dopo l’Università, una scrittrice famosa e di andare a Parigi. Questa prima parte del racconto, coincidente con la prima parte della vita di Ninì, sembra quasi un’attesa del “dopo” che verrà, quello del sogno realizzato.

La seconda parte è quella “magica”, surreale. Ninì è, finalmente, a Parigi, la Parigi che ha sempre sognato, quella di autori importanti che lei ama e che ha studiato, come Maupassant, ma soprattutto Stendhal verso il quale ha una predilezione particolare. Come Stendhal quando iniziò a viaggiare, così Ninì si sente ebbra, entusiasta di essere nella città artistica per antonomasia. Si sente libera, finalmente, di esprimersi senza limiti anche grazie a una insolita sorta di storia d’amore con un cappellaccio del quale si ritroverà a non poter più fare a meno perché l’attira, perché, indossato, la rende più bella, più viva: “(…) vide il suo riflesso nella vetrina di un cafè. Notò i suoi occhi, non li aveva mai visti così. Sotto la falda avevano acquistato intensità (…). La forma del cappello (…) completava perfettamente il viso” e finalmente “non si sentiva più trasparente (…)”. Ma Accio (il nome che Ninì dà al cappello) fa di più: le trasmette un certo furore, una certa vertigine che la sprona a vivere con sfrontatezza esperienze che non avrebbe mai avuto il coraggio neanche di pensare, avventure surreali; le fa da guida nello scrivere in modo impetuoso ed esaltato pagine e pagine della sua futura opera.

Mi è parso di cogliere nel racconto, un certo parallelismo, o identificazione, tra la figura di Ninì e quella di Stendhal con le dovute trasposizioni: per lui il paese della bellezza e del piacere di vivere era l’Italia, per Ninì è la magica Parigi; entrambi, prima di spiccare il volo dalla casa di famiglia, sono alla ricerca della felicità travolgente e tutti e due vivono l’esperienza di una condizione emotiva molto coinvolgente che li tuffano in una sorta di estasi.

Poche pagine ben scritte.

Lettura apparentemente semplice, ma ricca.










26 novembre 2024

RECENSIONE - Qui la 'ndrangheta ha perso - di Marco Catto

 


Buccinasco, anni Novanta. Tre bambini coltivano la loro amicizia tra partitelle di pallone, gare con le macchinine e pomeriggi passati a giocare ai videogame. Un legame in apparenza indissolubile, fino a quando tra le maglie dello stesso non si insinua un mostro, che non è una creatura fantastica ma comunque qualcosa di poco tangibile e di ardua comprensione. Specialmente se lo si prova a guardare con gli occhi di un ragazzino. Sono stati gli adulti a dargli un nome. Una parola strana, difficile da scrivere e da pronunciare, con la quale i protagonisti di questa storia si troveranno, loro malgrado, a doverci fare i conti. Un nome tremendo: ’ndrangheta.

Ci sono cittadine dell’hinterland milanese nelle quali la vita quotidiana scorre serena.
Sono piccoli centri dotati di tutto, scuole, negozi, farmacie, banche: ogni cosa è comoda e accessibile.
La gente si sente sicura, i bambini sono liberi di giocare nelle piazze e nei cortili, i genitori sono tranquilli, si sentono protetti.
Spesso quella protezione ha un nome che non si pronuncia mai, circolano voci, chiacchiere e sottintesi per la presenza di una o più famiglie “di giù”, ma nessuno parla apertamente.
I bambini crescono assieme, ignari delle voci e, soprattutto, nella certezza di condividere le stesse cose, la scuola, i giochi, la famiglia, oltre i sogni per quell’alone di mistero che circonda il loro futuro.
Invece per qualcuno non è così: arriva l’età della maturità ed esplode forte l’appartenenza alla famiglia d’origine nel rispetto di un legame di sangue che non può essere spezzato. E tutto cambia.
Il destino presenterà il conto a Luca, Michi e Tommy, tre amici cresciuti assieme, ma divisi dal corso della vita, un prezzo altissimo che non fa sconti a nessuno.

La prima riflessione che ho fatto dopo aver letto questo libro mi ha portata a chiedermi se sia più forte il retaggio atavico del patrimonio familiare rispetto all’ambiente nel quale siamo stati cresciuti ed educati.
Se è così, allora quale può essere il ruolo della scuola, delle istituzioni per combattere le infiltrazioni mafiose se il destino dei giovani è già segnato?

E’ questa una lettura che colpisce e lascia il segno per la descrizione fredda di una realtà più vicina a noi di quanto crediamo, per il codice d’onore delle cosche che comprende iniziazioni e prove di coraggio, per un mondo criminale che non lascia scampo.