Dall'altra parte della barricata c'è Karan, figlio di Peter Pan e Wendy.
Quando le strade della principessa disillusa e del ribelle vendicativo si incrociano, quello che inizia come un rapporto di ostilità e sfida si trasforma presto in qualcosa di imprevisto.
(Not)
a Fairytale… Il titolo del romanzo parla già chiaro: (Non) una favola.
E,
infatti, il romanzo non è un’altra storia luccicante dove il “vissero felici e
contenti” è servito su un piatto d’argento.
Qui
le fiabe vengono smontate e guardate dentro, e l’unica cosa che ti viene da
dire è: “La realtà è un’altra cosa.”
La
protagonista, Anya, è un personaggio che non si limita a esistere in una
cornice romantica perfetta.
È
figlia di Cenerentola e del Re Azzurro, promessa in sposa a Bryce, e la sua
storia sembra uscita da un mondo di favole.
Lei
cerca di ritagliarsi un posto nel mondo e affronta i propri demoni, compresi
quelli che arrivano sotto forma di un uomo che dovrebbe amarla e invece… no.
E
poi c’è Karan. Figlio di Wendy e Peter Pan, cresciuto col peso di un’eredità
che è più leggenda che realtà.
Non
è perfetto, non è la figura luminosa che ti aspetteresti da un retaggio così
iconico, ma proprio per questo è interessante.
È
sfaccettato, spigoloso, lento nel mostrare ciò che sente e incredibilmente
umano nelle sue esitazioni.
Con
Anya costruisce qualcosa che non è immediato né facile: un legame fatto di
sguardi rubati e di parole non dette. Lui quel mondo che appare perfetto lo
odia; le favole non risolvono tutto e non fanno miracoli. Sono un cartonato
stucchevole di verità alle volte difficili da accettare.
Come
Bryce, il figlio di Biancaneve: perfetto all’apparenza, ma… diventa una
presenza che non serve solo a incrinare equilibri, ma a mettere in luce le
ombre che tutti noi tentiamo di ignorare.
La
sua figura è disturbante perché ti porta a riconoscere che, a volte, chi
incanta può anche ferire, e che non tutte le cicatrici si vedono subito.
Karan
e Anya non sono stereotipi.
Lui
non è il principe che sa sempre cosa fare, e lei non è la damigella che aspetta
salvataggi epici.
Sono
due persone con dubbi e con quella tremenda capacità di essere fragili e
ostinate allo stesso tempo.
Rose
May porta il lettore dentro una trama che è più reale di molte storie d’amore
contemporanee.
La
sensazione predominante è che le relazioni non si firmino con un contratto di
felicità, ma si costruiscano tra paura, desiderio, rimpianto e scelte ardue.
Il
ritmo narrativo lascia spazio alle emozioni di emergere.
Dal
punto di vista editoriale, la lettura scorre bene.
La
narrazione è ben strutturata, i capitoli hanno un ritmo che tiene viva la
curiosità e i dialoghi sono credibili.
Ci
sono però momenti in cui la trama sembra girare attorno alle stesse riflessioni
emotive.
Una
limatura qua e là avrebbe reso certi passaggi più incisivi, senza togliere
profondità alla psicologia dei personaggi.
Alcuni
passaggi avrebbero forse meritato di più, soprattutto verso il finale, dove la
tensione emotiva cresce e si allunga, ma poi, nell’epilogo, sembra quasi una
chiusura forzata.
Come
se l’autrice avesse voluto mettere un punto alla storia.
Quel
che resta, però, è l’idea che questa non sia una fiaba perché tutti arrivano a
un finale perfetto, ma perché ti ricorda che la vita vera è fatta di sfumature,
di equilibri instabili e di momenti in cui il cuore e la ragione litigano tra
loro fino all’ultimo secondo.
(Not)
a Fairytale parla di crescita e di seconde possibilità, di scelte difficili e
di momenti in cui devi decidere cosa sei disposta a tollerare e cosa no.
Non
aspettatevi un lieto fine convenzionale, anche perché la vita reale è fatta di
luci e ombre, di passi indietro e poi avanti.
Ma
io lo consiglio proprio per questo.
A presto.


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Molto interessante!
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