18 marzo 2026

RECENSIONE - IL PROFUMO DEI LAMPONI - di Monica Brizzi

 



La quiete della campagna non potrebbe essere spezzata in modo peggiore che dall’arrivo di Damiano Diadori. Camilla gli ha affittato la villa ai margini della sua tenuta senza sapere che, insieme alle sue valigie, avrebbe portato con sé il rumore dei ricordi, una malinconia sottile e un fascino ingombrante. Uno scompiglio che non riguarda solo la pace del luogo, ma anche – e soprattutto – la sua testa e il suo cuore. Damiano è fuggito. Da un passato troppo pesante, da un presente che lo soffoca. Di certo non era nei suoi piani perdersi in una donna che sembra sempre sul punto di cadere, che conosce la terra meglio dei pensieri, che dice la verità con la stessa naturalezza con cui raccoglie pomodori o parla alla sua capra.

Eppure, qualcosa tra loro comincia a vibrare. Un’intesa stonata, fragile, inspiegabile, fatta di gesti piccoli e verità sospese. Camilla è un mistero lieve e luminoso, con un prima e un dopo che l’hanno cambiata. E quel passaggio silenzioso potrebbe insegnare anche a Damiano come si fa a tornare a respirare.

Due anime spezzate. Un bed and breakfast tra le colline. Un cane, un gatto e una capra a fare da coro. E la possibilità, forse, di rimettere insieme i pezzi.

Monica Brizzi ci dona una commedia romantica e poetica, che profuma di legna arsa e di pane caldo, e racconta cosa succede quando due anime sgualcite si riconoscono e insieme cercano il coraggio di tornare a vivere.






Nel B&B della tenuta di Camilla, sita nell’immaginario borgo di Lucumone, “al crocevia tra Arezzo, Siena e Perugia”, giunge il famoso nuotatore olimpico Damiano Diadori con il bisogno di pace e isolamento dal caos del mondo da cui proviene e da quello che ha dentro che lo ha sprofondato in un inferno personale.

Meravigliosi, questi due protagonisti “rotti”. Damiano, fatto di tatuaggi, braccialetti, piercing al sopracciglio “è tutto una contraddizione. I modi da borghese, i vestiti da ricco, l’aspetto da bullo”. Non vuole essere “assaltato” da chi lo riconosce, ma si stizzisce quando Camilla, in modo candido e semplice, ammette di non avere alcuna idea di chi lui sia. Damiano cova dentro una rabbia acida che lo corrode da quando ha perso il fratello della cui morte si sente responsabile.

Anche Camilla è fatta di pezzetti che con determinazione e dolcezza, ha incollato dopo un problema di salute; Camilla è fatta di parole semplici, è goffa, non riesce a cogliere le battute ironiche, le emozioni le giungono in modo quasi impercettibile, c’è in lei qualcosa che Damiano non riesce a decifrare oltre “quella sua facciata stralunata ma cordiale”. Eppure è proprio lei che lo indirizza per ritrovare la strada diritta invitandolo a prendere i contatti con l’origine di tutto: la terra.

Risalire la china non è semplice, ci sono delle cadute, ma il contatto con la terra aiuta, la pazienza di Camilla aiuta e questo romanzo del “sentire”, ci mostra che pian piano Damiano inizia a sentire la voce del vecchio se stesso, del bravo ragazzo. Ma anche Camilla, grazie a Damiano, torna a sentire emozioni ormai dimenticate che adesso prorompono in modo prepotente, a volte doloroso, ma di cui lei è felice perché, finalmente, “sente”: “Dopo anni senza provare niente, è arrivato lui e il mio cuore, la mia testa e il mio spirito sono pieni di COSE a cui non so dare un nome e che mi fanno paura”. Camilla e Damiano si curano e si guariscono vicendevolmente.

Bellissima la figura della madre di Damiano, presente in gran parte del libro solo al telefono, ma è di una dolcezza tangibile, sconfinata, con l’appellativo accorato che rivolge sempre, instancabilmente, al figlio: “Amore”; una parola che all’inizio lo ferisce, gli fa sentire forte la colpa che solo lui si addossa e di cui non riesce a perdonarsi; con “amore” inizia ogni chiamata quasi lei volesse dirgli in una sola parola, “io ti aspetto, aspetto che tu guarisca”. Poetico e semplice, quanto vero, anche il modo in cui l’autrice ci mostra la riapertura di Damiano verso il padre con quella telefonata piena di silenzi, imbarazzata, ma colma d’amore fino a ritrovare il sorriso vicendevole, seppure impacciato.

Ultimo, non ultimo, lo scandire del tempo attraverso le stagioni e il respiro della terra, elemento fondamentale in tutto il libro perché guaritrice dell’anima, ma solo se si è disposti a “immergerci le mani, spaccarsi di stanchezza, sudarci sopra, tirarne fuori le potenzialità e far crescere ciò che la natura ha in serbo”.

Lettura scorrevole e dai contenuti tutt’altro che banali.





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